Il 24 agosto del 79 d.C. era un giorno come tanti nella ricca e vivace città di Pompei. Il sole splendeva sulla baia di Napoli, i mercati brulicavano, gli schiavi lavoravano, e i ricchi patrizi si godevano le terme. Nessuno immaginava che, di lì a poche ore, la loro vita sarebbe stata spazzata via da un’eruzione vulcanica di potenza inaudita. “Codex Historia” vi porta nel cuore di quelle ultime, drammatiche 24 ore, attraverso gli occhi e le parole di chi c’era e di chi, incredibilmente, sopravvisse per raccontarlo. Questo è il racconto delle ultime 24 ore.
Da tempo la terra tremava a Pompei
L’aria era già carica di presagi. Da giorni, forse settimane, la terra tremava con frequenza anomala. I pompeiani erano abituati: la Campania era terra vulcanica, e un forte terremoto nel 62 d.C. aveva già devastato la regione, costringendoli a lunghe ricostruzioni. Molti edifici portavano ancora i segni di quella scossa. Ma nessuno, nemmeno gli eruditi, aveva collegato quei tremori a quel gigante silente che dominava il loro orizzonte: il Vesuvio. Lo consideravano una montagna, non un vulcano.
Dopo l’esplosione, fu buio in pieno giorno
Verso l’una del pomeriggio, la montagna esplose. Non fu una colata lavica, ma una colonna eruttiva altissima, che scaraventò nell’atmosfera cenere, lapilli e pomici. Plinio il Giovane, che osservò la scena da Miseno, a circa 30 chilometri di distanza, descrisse una “nuvola insolita per grandezza e per aspetto”, simile a un pino domestico, che si levava in cielo per poi espandersi lateralmente. A Pompei, fu subito il panico. I lapilli, frammenti di roccia vulcanica incandescenti, cominciarono a cadere come una pioggia infernale. Le strade si riempirono di gente che urlava, cercando rifugio o tentando di fuggire. Molti trovarono riparo sotto i portici o nelle proprie case, sperando che la tempesta passasse. Ma la pioggia di pietre continuava, accumulandosi rapidamente, ostruendo le porte, sfondando i tetti.
La testimonianza di Plinio il Giovane
Plinio il Giovane, con lo zio Plinio il Vecchio (che morì nel tentativo di soccorrere le vittime a Stabia), è la nostra fonte principale. Racconta di un buio così denso che “sembrava di essere in una stanza chiusa e priva di finestre”. Descrive la fuga tra la cenere che cadeva, le tenebre, le grida, la paura che il mondo stesse finendo. Molti pompeiani, inizialmente, scelsero di restare. La convinzione che la calamità sarebbe passata li tenne fermi. Ma quando la colonna eruttiva collassò, diede vita a terrificanti flussi piroclastici: nubi ardenti di gas e cenere che scesero a valle a centinaia di chilometri all’ora, con temperature altissime. Questi flussi furono la causa principale della morte. Chi non era fuggito in tempo fu istantaneamente soffocato, i corpi congelati nella posizione in cui si trovavano, un’istantanea di un terrore atavico.
Una città congelata nel tempo
In meno di 24 ore, Pompei, Ercolano e Stabia furono sepolte sotto metri di cenere e pomici. Non fu una distruzione, ma una conservazione straordinaria. I calchi in gesso dei corpi, la pittura murale ancora vivace, gli oggetti di uso quotidiano, i volti pietrificati dal terrore: Pompei è una capsula del tempo, la più drammatica e realistica mai scoperta. Ci ricorda la fragilità dell’esistenza e la potenza incontrollabile della natura, fissando per sempre l’eco delle ultime grida di un popolo.

