Il mito di Sandokan e dei pirati della Malesia rivive sul piccolo schermo, con la recente serie televisiva, che ha debuttato lo scorso 1° dicembre; e che ha già causato, come era d’altronde prevedibile la solita diatriba sui social.
Sono emerse, infatti, aspre polemiche basate sul confronto fra la nuova produzione italo-francese in cui nei panni del protagonista vi è l’attore turco Can Yaman, e lo storico sceneggiato del 1976 in cui a prestare il volto al personaggio principale, nato dalla fantasia di Emilio Salgari, vi era il suo collega indiano Kabir Bedi.
Non sta a noi di Codex Historia stabilire chi sia il vincitore di questa “disputa televisiva”, o meglio “tele-divisiva”, fra vecchie glorie del passato difese a spada tratta dai nostalgici, e il nuovo che avanza e che si fa strada nelle nuove generazioni; il nostro compito è analizzare il contesto storico per fornire informazioni accurate e per rispondere alle domande poste con curiosità e forte interesse verso quegli avvenimenti che hanno lasciato un segno indelebile fino ai nostri giorni.
Ed anche stavolta i quesiti non mancano di certo; innanzitutto sorge spontaneo chiedersi: ma Sandokan è realmente esistito, o è soltanto originato dal genio narrativo di Salgari, insieme ai pirati della Malesia?
Scopriamolo assieme…
Sulle tracce di Sandokan: la pirateria nello Stretto di Malacca
Per rispondere ai quesiti su esposti, è doveroso precisare che un fondo di verità sul mito di Sandokan, come spesso accade per personaggi di fantasia, c’è eccome, perché i pirati malesi sono esistiti davvero.
La pirateria malese è un fenomeno storico iniziato molto tempo prima dell’epoca in cui sono ambientate le avventure di Sandokan; per la precisione risale addirittura al XIV secolo e riguarda lo Stretto di Malacca che separa l’isola indonesiana di Sumatra dalla costa occidentale della penisola malese.
Per molti secoli i pirati della Malesia misero a repentaglio il traffico navale mercantile attraverso questo braccio di mare lungo circa 900 km.
La particolare conformazione dello Stretto di Malacca ha reso la regione circostante particolarmente suscettibile agli atti di pirateria; lo stretto, difatti, è angusto e contiene migliaia di isole e foci fluviali che ne facevano un nascondiglio ideale per i pirati che cosi potevano sfuggire alla cattura da parte delle forze dell’ordine preposte al controllo della zona.
È doveroso porre in evidenza un fatto importante: la pirateria nello stretto di Malacca non era solo un’impresa lucrativa, per i “colleghi” di Sandokan, ma costituiva anche un importante strumento politico.
I governanti locali, infatti, hanno fatto spesso affidamento sui pirati della regione per poterne mantenere il controllo; una misura, d’altronde, non troppo diversa da quella adottata dalle grandi potenze europee, come l’Impero Britannico che si servirono dell’alleanza con i corsari per combattere le nazioni nemiche.

Un riscontro di ciò, si verificò durante il governo del sultano Parameswara, principe di Palembang nel XIV secolo; fu proprio attraverso la lealtà al principe delle bande pirata costituite dalla popolazione Orang Laut che Parameswara resistette ai tentativi di espansione dei regnanti vicini e giunse a fondare il Sultanato di Malacca.
Ma chi sono gli Orang Laut? Probabilmente vi starete chiedendo, e la risposta non tarda ad arrivare: gli Orang Laut (espressione traducibile come “popolo del mare” dalla lingua malese) sono diversi gruppi etnici nomadi e seminomadi del sud-est asiatico, storicamente legati alle acque di Singapore, Malesia e Isole Riau, noti per vivere in barca e dipendere dal mare per il loro sostentamento attraverso pesca, caccia e raccolta, e per aver giocato un ruolo cruciale nella storia marittima malese e nello stabilimento di antichi imperi come Srivijaya e Malacca. Sono considerati i primi abitanti di Singapore, ma oggi molti si sono assimilati alla cultura malese, diventando sedentari e urbanizzati, pur mantenendo la loro ricca eredità marittima.
Ma torniamo a ripercorrere le tracce di Sandokan: tra il XV ed il XIX secolo le acque malesi giocarono un ruolo cruciale nelle lotte per il potere in Indocina. Oltre alle potenze locali, tra gli antagonisti figurarono anche le potenze coloniali di Portogallo, Paesi Bassi e, naturalmente, l’Impero Britannico con la sua temibile flotta.
I fondali dello stretto di Malacca e del Mar Cinese Meridionale sono oggi il cimitero di numerosi relitti di navi perdute per via degli arrembaggi pirata, e delle battaglie fra le navi militari europee e i vascelli pirati malesi; i “prahos”, spesso citati da Emilio Salgari nel ciclo narrativo di Sandokan.

È con l’arrivo dei colonizzatori europei, interessati al controllo del commercio delle spezie, tra il XVIII ed il XIX secolo che il fenomeno della pirateria subisce un aumento; e se si considera il contesto storico, in cui le spezie erano sinonimo di soldi e potere, non bisogna di certo stupirsi; a tal proposito è utile ricordare la frase: «Le spezie in quell’epoca guidavano le economie mondiali come oggi fa il petrolio», dello scrittore statunitense Charles Corn, autore di “The Scents of Eden: A Narrative of the Spice Trade” (“I profumi dell’Eden: Una storia del commercio delle spezie”).
L’aumentato traffico mercantile attraverso lo stretto e la povertà delle popolazioni locali spinsero molte persone a darsi alla pirateria, che a volte assunse anche la forma di una resistenza politica al colonialismo; proprio come narrato nei romanzi di avventura di Salgari, in cui Sandokan e i suoi “tigrotti di Mompracem” svolgono una vera e propria funzione di resistenza al colonialismo inglese.
Gli equipaggi pirata spesso erano composti da gente Lanun, nativa delle zone costiere della regione, ma vi erano anche pirati cinesi di etnia Han espulsi dalla Cina della dinastia Qing.
Tra il 1813 e il 1823 la pirateria fu combattuta, con parziale efficacia, dal sultano del Brunei Kanzul Alam e dal capitano britannico Robert C. Graham.
Nel 1830, le potenze coloniali inglesi e olandesi presenti nella regione si allearono contro le forze pirata, e tracciarono lungo lo Stretto di Malacca una linea di demarcazione anglo-olandese impegnandosi a combattere la pirateria ciascuno sul proprio lato della linea, e al contempo perseguendo la cara attitudine, nonché vecchia tradizione del “Dividi et impera”, che rimane valida, purtroppo, ancora oggi e che si è rivelata nel tempo, una motivazione in più per fomentare nuove guerre, a scapito dei popoli dominati, e a totale ed esclusivo vantaggio delle potenze coloniali europee.
Questa linea di demarcazione oggi è divenuta il confine marittimo tra Malaysia e Indonesia nello Stretto di Malacca.
Il ruolo svolto da James Brooke, l’odiato nemico di Sandokan
Gli aumentati controlli e la superiore tecnologia di navigazione dei mezzi coloniali, unita a migliorate stabilità politica e condizioni economiche, portarono nel giro di circa quarant’anni ad una riduzione del fenomeno piratesco.
A svolgere un ruolo decisivo nel contrasto alla pirateria malese fu James Brooke; e qualora ve lo stiate chiedendo non si tratta affatto di una coincidenza: perché è l’unico personaggio realmente esistito nell’universo narrativo salgariano dedicato a Sandokan.

La nostra ricerca su Sandokan comincia a stringere il cerchio; ci sarebbe molto da dire sulla figura storica di Brooke, l’arci-nemico di Sandokan, ma per non rendere la trattazione troppo lunga e non rischiare la tediosità, preferiamo ricorrere ad una sintesi essenziale.
James Brooke, detto anche il Raja Bianco, è stato un avventuriero e politico britannico, rajah di Sarawak, nonché Governatore di Labuan e del Borneo britannico dal 1842 fino alla sua morte, e proprio come il suo alter ego letterario, era noto per aver combattuto e ridotto la pirateria nel Borneo, stabilendo un regno che durò per oltre un secolo.
L’ispirazione per la genesi del personaggio di Sandokan
E dopo avere trovato un prezioso “indizio” con il riscontro reale del personaggio di Brooke, continuiamo la nostra ricerca seguendo le tracce di Sandokan, per rispondere ad un altro quesito: quale è stata l’idea che ha ispirato a Salgari la genesi dell’eroe-pirata, ribelle ed idealista, leale con il suo popolo ma feroce con i nemici?
Secondo una teoria, il nome Sandokan colpì la fantasia dello scrittore veronese, seguendo l’ispirazione suscitata da un centro costiero situato nel Borneo nord-orientale, denominato Sandakan.

Autore straordinariamente prolifico, è ricordato soprattutto per aver creato le saghe d’avventura del ciclo indo-malese (o ciclo dei pirati della Malesia, del quale è protagonista il suo personaggio più celebre, Sandokan) e de I corsari delle Antille (in cui spicca il personaggio del Corsaro Nero). Scrisse anche romanzi storici, come Cartagine in fiamme, e diverse storie fantastiche, come Le meraviglie del duemila in cui prefigura la società di allora a distanza di un secolo, un romanzo scientifico precursore della fantascienza in Italia. Molte sue opere hanno avuto trasposizioni cinematografiche e televisive.
Il nome di questa località è molto curioso, d’altronde: significa “pegno scaduto”: la città fu infatti lasciata in pegno dal Sultano di Sulu al governatore locale come garanzia di un prestito che poi non restituì mai.
Secondo la studiosa tedesca Bianca Maria Gerlich, alcune dei romanzi scritti da Salgari (“Il Re del Mare”, “Alla conquista di un impero”, “La caduta di un impero”, “La rivincita di Yanez”) hanno una base storica. L’autrice riferisce di aver accertato da fonti orali e da genealogie locali, durante i suoi studi nel Borneo, l’esistenza di un comandante navale di nome Sandokong, arricchitosi col commercio di nidi di rondine, il quale avrebbe in comune col personaggio salgariano la bandiera rossa con la testa di tigre (nota anche alla letteratura storica inglese), i luoghi, gli anni, e persino i nemici.
Sandokong era stato braccio destro del principe Syarif Osman, lui stesso deposto dal trono e diventato pirata per difendere il suo popolo dai colonizzatori inglesi. Osman, che possedeva lungo la costa settentrionale del Borneo il forte di Malludu (l’odierna Marudu, Sabah), fu sconfitto dall’ammiraglio inglese Thomas Cochrane nel 1845, anno in cui Labuan venne ceduta alla Gran Bretagna (come ricorda il poema Syair Rakis).
Osman e Sandokong, secondo le testimonianze raccolte dalla studiosa tedesca, avrebbero combattuto per alcuni anni contro le truppe del “raja bianco”, il sovrano di Sarawak, che è lo storico avventuriero James Brooke, descritto prima.
L’autrice non spiega tuttavia come simili notizie – non riportate dalla stampa europea coeva, tranne quella inglese – possano essere giunte a Emilio Salgari, e ipotizza che questi abbia ascoltato i racconti di qualche marinaio nel periodo in cui lo scrittore visse a Venezia.
È doveroso evidenziare che l’ipotesi della Gerlich, basata su testimonianze orali raccolte nel Borneo e che presenta alcune suggestive coincidenze (luoghi, periodo storico, simboli), tuttavia, non è supportata da fonti documentarie indipendenti che confermino l’esistenza di Sandokong o il suo legame diretto con la figura letteraria di Salgari, motivo per cui tale ipotesi (pubblicata in un articolo del 1998 di Archipel, rivista di studi interdisciplinari sull’Indonesia) è considerata suggestiva ma non storicamente accertata.
Ma quindi come è nato il personaggio di Sandokan? È frutto della fervida fantasia di Salgari non affatto indifferente dato che non ha mai visitato i luoghi teatro dei suoi romanzi d’avventura, oppure l’ipotesi affascinante della studiosa tedesca è abbastanza solida anche se non riconosciuta da altri storici?
Difficile fornire una risposta chiara ed esaustiva, ma in mancanza di fonti a supporto delle diverse teorie, non rimane altro che valutare come la più affidabile l’ipotesi con la quale concordano la maggior parte degli studiosi, e che riguarda la caratteristica più evidente dello scrittore italiano, la sua formidabile curiosità, che lo portava a frequentare assiduamente biblioteche, a leggere e a informarsi sui giornali (fra l’altro lavorò anche lui come giornalista).
Così se da un lato Salgari riusciva a colmare la sua sete di conoscenza, dall’altro lato nutriva la sua fantasia per viaggiare con la mente, fino ad immaginare posti mai visti di persona. In queste condizioni, dopo avere acquisito una notevole mole di informazioni, non gli riusciva affatto difficile pensare ad un eroe in una terra lontana, romantico, ribelle, sognatore e desideroso di liberare il suo popolo dall’oppressione straniera.
In un certo senso era come se ad un certo punto scattasse in lui una sorta di “automatismo”: la conoscenza soddisfaceva la sua curiosità, la sua fantasia faceva tutto il resto; e questo meraviglioso meccanismo ha reso Emilio Salgari un autore molto prolifico, anche se, purtroppo, non ha mai potuto godere dei frutti del successo, e considerando anche la tragica fine a cui è andato incontro il 25 aprile 1911, in cui decise di togliersi la vita, tormentata da tragedie familiari, debiti, ristrettezze economiche e amarezze senza soluzione.
Ma magari potremmo parlare della vita di Salgari in un articolo a parte, continuiamo la nostra trattazione sui pirati della Malesia con la nota finale.
La pirateria nello Stretto di Malacca: un fenomeno attuale
Se le gesta eroiche di Sandokan sono confinate nella fantasia, pur basandosi su fatti storici, il fenomeno della pirateria malese non si è affatto arrestato ne con le misure drastiche adottate da Brooke, ne con quelle messe in atto dall’Impero Britannico successivamente, ma continua fino ai nostri giorni.
Proprio così: ad effettuare le gesta dei tigrotti di Mompracem ci pensano adesso i pirati malesi attuali, con mezzi e armi più moderni, ma con lo stesso spirito guerriero.
Lo Stretto di Malacca costituisce ancora oggi, come nei secoli passati, un importante passaggio tra Cina e India, da sempre intensamente battuto dalle rotte commerciali. Allo stato attuale lo stretto è luogo di transito delle rotte tra Europa, Canale di Suez, i paesi esportatori di petrolio del Golfo Persico e i porti dell’estremo oriente asiatico: una tappa obbligata, quindi, per le rotte commerciali, e come tale, suscettibile ad atti di pirateria.
In tempi recenti le pattuglie coordinate delle forze dell’ordine di Indonesia, Malaysia e Singapore, insieme all’accresciuta presenza di compagnie di sicurezza privata a bordo delle navi, hanno provocato una netta riduzione della pirateria, secondo quanto riporta IMB (International Maritime Bureau), divisione specializzata della ICC (Camera di Commercio Internazionale), fondata nel 1981 per fungere da punto di riferimento nelle azioni di contrasto ad ogni tipo di criminalità che si svolge in ambito marittimo.
Oltre a pattuglie navali ed aeree, la lotta alla pirateria richiede un ingente investimento tecnologico: ad esempio, il report del 2006 dell’IMB riferisce che dal luglio 2004 le navi con stazza superiore alle 500 tonnellate devono dotarsi di sistemi di allarme a bordo che includano sistemi di localizzazione della nave in tempo reale.

La Fasa (Federation of Asian Shipowners’ Association – Federazione degli armatori asiatici), inoltre, ha approntato un database che fornisce informazioni aggiornate sugli episodi di pirateria conosciuti come parte di un accordo tra 14 diversi stati. Secondo la segreteria permanente del ministero dei trasporti di Singapore: «La pirateria è un problema transnazionale e questa è la prima volta che viene costituito un organismo internazionale al solo scopo di occuparsi del problema della pirateria in Asia».
Episodi di pirateria particolarmente violenti possono assurgere alla ribalta dei mass-media, tuttavia l’impatto economico diretto è limitato se paragonato al volume dei commerci globali dell’area.
Generalmente, il bottino dei pirati si limita alle merci contenute nelle stive, a parti dei macchinari della nave, al denaro e ai beni personali degli equipaggi. È invece consistente l’impatto indiretto, soprattutto quello dovuto ai costi aggiuntivi riguardanti la sicurezza e all’aumento dei premi assicurativi.
Un esempio pratico si è registrato con la misura adottata dai Lloyds di Londra che, sottolineandone la cattiva reputazione negli anni più recenti, dichiararono lo Stretto di Malacca un’area ad alto rischio, aumentando così i premi di un ulteriore 1% del valore del carico, decisione rientrata dopo che Singapore e Indonesia misero in campo le loro pattuglie marittime e aeree.
Gli attacchi pirata non hanno fermato, tuttavia, le circa 50.000 navi che annualmente solcano le acque dello Stretto di Malacca e che rappresentano il 40% circa del traffico mercantile globale; confermando così l’importanza di questo braccio mare come la rotta più importante delle petroliere in viaggio dal Medio Oriente ai mercati dell’Asia orientale.
Secondo l’IMB, la maggioranza dei pirati contemporanei è di origine indonesiana, anche perché la marina indonesiana si è rivelata la meno attrezzata tra quelle della regione per contrastare la pirateria.
I pirati moderni possono ricadere essenzialmente in tre categorie: pirati in cerca di profitto facile, affiliati alla criminalità organizzata o pirati associati con organizzazioni terroristiche, secessionistiche o comunque motivate da scopi politici.
I primi sono criminali per opportunità, che cercano bersagli facili, rapinando le navi ed i loro equipaggi. Quelli invece appartenenti a reti organizzate attaccano con maggiore pianificazione, e mirano ai grandi cargo e al sequestro degli equipaggi a scopo di estorsione. Le organizzazioni pirata legate a gruppi terroristici, invece, pur operando in maniera simile alle precedente, agiscono per finanziare le loro attività e per ottenere visibilità a livello internazionale.
Nel 2004 Indonesia, Malesia e Singapore, hanno aumentato gli sforzi per pattugliare lo stretto; ma mentre Singapore invoca l’aiuto internazionale, Indonesia e Malesia si oppongono ad un intervento straniero. Il fenomeno è particolarmente acuto in Indonesia, dove nel 2004 si sono verificati 93 dei 325 attacchi registrati nel mondo, contro 9 nelle acque della Malesia e 8 in quelle di Singapore.
Alla pattuglia multinazionale si sono aggiunte nel 2006 la Marina e la Guardia Costiera dell’India, che sta anche pianificando delle pattuglie composte da droni per monitorare il Mar delle Andamane, adiacente allo Stretto di Malacca.
Con questo resoconto che evidenzia l’attualità della pirateria nei mari del Sud-Est Asiatico, si conclude il nostro articolo dedicato alla figura di Sandokan e ai pirati della Malesia; sperando di avere suscitato il vostro interesse, e a stimolare la vostra curiosità, non ci resta che rinnovare l’invito a seguire il nostro sito, per rileggere assieme altri fatti storici.
A presto!

