Babilonia, giugno del 323 a.C. Il caldo è soffocante, ma il gelo che attraversa l’immenso impero macedone è peggiore, Alessandro Magno, il re guerriero che aveva messo in ginocchio il mondo conosciuto, il faraone d’Egitto, il Signore dell’Asia, è morto. Aveva solo 32 anni.
La sua morte improvvisa ha alimentato per millenni le teorie più disparate: veleno somministrato dai suoi generali invidiosi? Malaria contratta nelle paludi? Tifo? O semplicemente troppo vino durante una delle sue leggendarie sbornie?
C’è però un dettaglio, riportato dalle cronache antiche, che ha sempre lasciato perplessi gli storici. Un dettaglio che Plutarco descrive con stupore: per sei giorni dopo la sua “morte”, mentre i suoi generali litigavano per la successione nel caldo torrido della Mesopotamia, il corpo di Alessandro non mostrò alcun segno di decomposizione.
Per gli antichi, quella era la prova definitiva che Alessandro fosse un dio. Per la scienza moderna, potrebbe essere la prova del più grande incubo della storia: Alessandro Magno potrebbe essere stato preparato per la sepoltura mentre era ancora vivo.

La misteriosa agonia di Alessandro Magno
Per capire questa teoria terrificante, dobbiamo riavvolgere il nastro a quei fatidici giorni di giugno. Le fonti antiche (come Arriano e Plutarco, basandosi sui Diari Reali) ci offrono una cronaca clinica abbastanza precisa.
Tutto inizia dopo una notte di festeggiamenti sfrenati. Alessandro accusa febbre alta e un forte dolore alla schiena, come “colpito da una lancia”. Nei giorni successivi, la situazione precipita. Non è solo febbre. Il Re perde progressivamente l’uso delle gambe. La paralisi sale, lenta e inesorabile, lungo il suo corpo. Verso la fine, Alessandro è perfettamente cosciente, ma prigioniero del suo stesso corpo. Non può muoversi, non può parlare. Riesce solo a muovere gli occhi per salutare i suoi soldati che sfilano in lacrime davanti al suo letto.
Poi, l’11 giugno (secondo alcune datazioni), il respiro sembra cessare. Viene dichiarato morto.
Ecco la teoria: la sindrome di Guillain-Barré
Per secoli, storici e medici hanno cercato di adattare questi sintomi a malattie note come la malaria o il virus del Nilo occidentale. Nessuna, però, spiegava perfettamente la paralisi ascendente e la lucidità mentale fino alla fine.
Recentemente, la dottoressa Katherine Hall, docente senior presso la Dunedin School of Medicine in Nuova Zelanda, ha proposto una diagnosi che fa rabbrividire: la Sindrome di Guillain-Barré (GBS).
La GBS è una rara malattia autoimmune in cui il sistema immunitario, spesso in seguito a un’infezione batterica o virale (comune negli accampamenti militari dell’epoca), attacca per errore i nervi periferici. I sintomi? Esattamente quelli descritti dai cronisti di Alessandro: una paralisi progressiva e simmetrica che parte dal basso e sale verso l’alto, lasciando però intatte le facoltà cognitive.
L’errore fatale
Qui arriviamo al punto cruciale. Nell’antichità, la morte non si stabiliva controllando il battito cardiaco (la comprensione della circolazione era limitata). Si controllava il respiro.
La Sindrome di Guillain-Barré, nelle sue forme più gravi, paralizza i muscoli respiratori. Il respiro diventa così superficiale da essere quasi impercettibile, e il paziente può scivolare in un coma profondo. Il corpo, paralizzato e con il metabolismo ridotto al minimo, entra in uno stato di “animazione sospesa”.
La teoria della Dott.ssa Hall è semplice e terrificante: i medici di corte macedoni, privi di stetoscopi, non sentirono più il respiro e dichiararono morto il re. Ma Alessandro era vivo.

Questo spiegherebbe il “miracolo” del corpo che non si decomponeva per sei giorni nel caldo di Babilonia. Non era un miracolo divino; semplicemente, il processo di putrefazione non era iniziato perché l’uomo non era ancora morto.
Se questa teoria è corretta, gli ultimi giorni dell’uomo più potente della terra furono un film dell’orrore. Alessandro giaceva immobile, incapace di gridare o di muovere un dito, perfettamente cosciente mentre intorno a lui i suoi “amici” iniziavano a spartirsi il suo impero, e mentre gli imbalsamatori egiziani (o i preparatori caldei) iniziavano il loro lavoro sul suo corpo.
Il più grande conquistatore della storia, colui che aveva sfidato eserciti immensi e attraversato deserti, potrebbe aver affrontato la sua battaglia più terrificante immobile nel suo letto, prigioniero della propria mente, mentre il mondo lo credeva già un dio.

