I turisti cecchini di Sarajevo

I "Cecchini del Weekend": quando la guerra diventa turismo dell'orrore. Partivano da Trieste il venerdì e tornavano la domenica, dopo aver pagato per cacciare uomini, donne e bambini. L'ombra dei servizi segreti e le nuove prove su un crimine che non ha precedenti nella storia.

Non sempre raccontare la storia è piacevole, soprattutto per chi, come il sottoscritto, che si è occupato di cronaca nera fino all’anno scorso, deve dosare nelle giuste quantità sensibilità e senso del dovere nel narrare i fatti; e specialmente nel caso dei turisti cecchini di Sarajevo, balzato agli onori (o meglio ai disonori) della cronaca degli ultimi giorni.

Ma con tutte le difficoltà nel trattare temi delicati, intendiamo proseguire nella nostra mission incentrata sulla divulgazione, e oggi Codex Historia ripercorre pagine del passato a partire dalla cronaca recente, con i suoi racconti dell’orrore avvenuto decenni fa e di cui se ne è parlato di recente, una storia venuta a galla da un’inchiesta giudiziaria e che riguarda la guerra nella Bosnia ed Erzegovina, dopo la disgregazione dell’ex Jugoslavia.

Il contesto storico

La guerra in Bosnia ed Erzegovina è strettamente connessa con la dissoluzione della Jugoslavia iniziata con l’indebolimento del governo post-comunista; nel paese il comunismo perse la sua forza ideologica per fare strada al rafforzamento del nazionalismo alla fine degli anni ‘80 del secolo scorso.

Il conflitto, che durò più di 3 anni, dal 6 aprile 1992 al 14 dicembre 1995, fu il più sanguinoso in Europa dalla fine della seconda guerra mondiale, ed anche il più complesso.

Furono ben tre gli schieramenti etnico-politici che si contrapposero in un conflitto armato:

  • Bosniaci (principalmente musulmani): Le forze governative della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina, che lottavano per preservare uno stato bosniaco unito e indipendente. Il loro esercito era l’Esercito della Repubblica di Bosnia ed Erzegovina (ARBiH).
  • Serbo-bosniaci: Le milizie serbe, sostenute dall’Armata Popolare Jugoslava (JNA) e successivamente dalla Repubblica Federale di Jugoslavia (Serbia e Montenegro), che miravano a smembrare la Bosnia e a unire i territori a maggioranza serba a una “Grande Serbia”. Proclamarono la Repubblica Serba di Bosnia ed Erzegovina (Republika Srpska), con il proprio esercito (VRS).
  • Croato-bosniaci: Le milizie croate, sostenute dalla Croazia, che cercavano di stabilire una propria entità autonoma, l’Herceg-Bosna, per poi possibilmente unirsi alla Croazia. Il loro braccio armato era il Consiglio di difesa croato (HVO).

Inizialmente, i bosniaci e i croato-bosniaci si allearono contro i serbi, che erano la fazione militarmente più forte e controllavano gran parte del territorio. Tuttavia, nel 1993, scoppiò un violento conflitto anche tra croati e bosniaci, in particolare nella città di Mostar.

Nel 1994, grazie alla mediazione internazionale (Accordi di Washington), le fazioni croata e bosniaca firmarono un accordo di pace e si unirono in una federazione, la Federazione di Bosnia ed Erzegovina, per combattere insieme i serbi.

I successivi accordi di Dayton, negli USA del 1995 posero fine alla guerra, sancendo l’integrità territoriale della Bosnia ma suddividendola in due entità semi-autonome: la Federazione di Bosnia ed Erzegovina (a maggioranza croato-bosniaca e bosniaca) e la Repubblica Serba (a maggioranza serbo-bosniaca).

La NATO intervenne, nel 1995, con bombardamenti aerei sulla Serbia, costringendo le fazioni ad avviare i negoziati di pace; l’operazione militare dell’alleanza atlantica venne ritenuta controversa, dato che venne effettuata senza mandato dell’ONU, scatenando dibattiti, tuttora accesi sulla legittimità dell’azione militare.

Guerra in Bosnia

L’inchiesta della Procura di Milano sui turisti cecchini

A seguito di un esposto presentato il 28 gennaio di quest’anno dallo scrittore Ezio Gavazzeni, supportato dall’ex magistrato Guido Salvini, alla procura di Milano, quest’ultima ha avviato delle indagini su presunte “caccia all’uomo”, svolte in territorio bosniaco durante la guerra che ha insanguinato il paese balcanico dal 1992 al 1996.

Il fascicolo è stato aperto dal Pubblico Ministero Alessandro Gobbis con l’accusa di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà e dai motivi abbietti, ed è al momento a carico di ignoti.

Il materiale raccolto da Ezio Gavezzeni, ed inviato all’ufficio inquirente guidato da Marcello Viola, fornirebbe le prove che alcune persone avrebbero pagato le milizie serbo-bosniache per poter sparare sui civili a Sarajevo.

Fra questi indagati, amanti del “turismo da guerra”, sarebbero coinvolte persone di varia nazionalità, fra cui anche italiani provenienti soprattutto dal Nord Italia, gente dedita alla caccia, appassionati di armi, e principalmente simpatizzanti dell’estrema destra.

In base alla documentazione fornita da Gavezzeni la partenza per il “safari umano” dei turisti cecchini italiani avveniva a Trieste il venerdì, dove essi tornavano la domenica successiva, motivo per il quale la stampa nazionale ha attribuito l’epiteto di “cecchini del weekend”, a questi soggetti, la cui identità rimane al momento ignota.

Il testo dell’esposto di Gavazzeni delinea come autori del crimine persone molto ricche, che erano disposte a pagare somme enormi, fino all’equivalente di centinaia di migliaia di euro attuali, per uccidere dei civili a scopo di puro divertimento.

Ma la crudeltà di questa presunta “caccia all’uomo” non si limita al fatto in se, ma si accentua con la pratica adoperata: un vero e proprio copione dell’orrore, in cui il cecchino si cimentava in un tiro al bersaglio colpendo la vittima designata limitandosi momentaneamente a ferirla gravemente, e mentre quel corpo agonizzante sulla strada attendeva l’arrivo dei soccorsi, il paziente tiratore aspettava che qualcun altro si aggiungesse alla lista dei suoi bersagli per commettere un maggior numero di uccisioni; un modo come un altro, d’altronde, per potersi vantare di un carniere ben fornito.

Le vittime, prevalentemente persone di fede musulmana, fra cui perfino donne e bambini, così non venivano uccisi subito al primo colpo; prima si puntava, poi si sparava e cominciava l’attesa con i feriti morenti a terra, e all’arrivo dei soccorsi iniziava la strage vera e propria.

Ma pensate forse che la lista degli orrori sia terminata qui? Niente affatto…per sparare a un bambino c’era anche chi era disposto a pagare di più.

Questo presunto modus operandi dell’orrore, descritto nell’esposto fornito alla procura di Milano da Ezio Gavezzeni, e costituito da 17 pagine, si riferisce al terribile assedio di Sarajevo, avvenuto durante la guerra in Bosnia ed Erzegovina: il più lungo nella storia bellica della fine del XX secolo, durato dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996.

Nel testo del documento fornito da Gavezzeni, si stimano oltre 11.000 uccisioni, di cui 2000 che riguardano bambini.

«Durante l’assedio di Sarajevo – scrive Gavazzeni nell’esposto – furono attivi centinaia di cecchini serbi che, dalle colline intorno a Sarajevo, sparavano sui malcapitati civili. I bersagli preferiti erano i bambini. Lo scopo: infliggere più dolore possibile agli abitanti della città. Ricchi stranieri – continua lo scrittore – hanno pagato per visitare i cecchini dell’esercito serbo bosniaco e sparare alle persone inermi nella capitale Sarajevo durante la guerra del 1992-96, quando la città era sotto assedio. In una testimonianza è riportato che tra questi ci fossero degli italiani: un uomo di Torino, uno Milano e l’ultimo di Trieste».

La pista dell’intelligence serba dietro l’organizzazione del “safari umano”

In base alle informazioni fornite dall’esposto, dietro il “safari umano” c’era un’oscura regia in grado di guidare i turisti cecchini, provenienti in gran parte dal Triveneto fino alla zona in cui sorge Sarajevo, dalla conformità caratteristica che rende la capitale bosniaca il luogo ideale da cui sparare indisturbati sulla popolazione civile, dato che è cinta da montagne che poi digradano in una serie di colline.

I “cecchini del weekend” arrivavano a Belgrado da Trieste via aereo con la compagnia serba Aviogenex; dalla capitale serba si dirigevano poi verso le alture che sovrastano Sarajevo.

Non ci vuole molto a intuire che dietro un’organizzazione simile ci possa essere solo un tipo di apparato segreto dotato degli uomini e dei mezzi adeguati che con la scusa della difesa militare spesso operi ben oltre il limite della legalità, e che sovente viene denominato servizio segreto, così come, in un contesto bellico, non ci possa che essere un servizio di intelligenze di nazionalità nemica alle vittime di questo crimine. Se poi si considera il fatto che in tempo di guerra racimolare fondi per finanziarla è un fattore fondamentale per poterla vincere, e che l’inflazione nell’ex Jugoslavia raggiunse cifre stratosferiche, abbiamo anche individuato il movente; ma prima è doveroso procedere con ordine, ricostruendo tutte le tessere di questo “puzzle”.

Innanzitutto, per dovere di cronaca, bisogna dire che il crimine dei turisti cecchini è iniziato a trapelare nel 1995, in piena guerra in corso, come risulta da un articolo pubblicato dalla “Stampa” il 30 marzo dello stesso anno.

In quell’articolo si raccontava del viaggio aereo nella ex Jugoslavia prenotato per un “fine settimana di guerra”, che i voli provenivano da aeroporti tedeschi e inglesi, e che il programma prevedeva la guida verso le colline di Sarajevo da dove era possibile sparare sui civili inermi.

In un altro articolo del Corriere della Sera, pubblicato nella stessa data dal titolo “Vacanze in Bosnia per fare la guerra”, si parla di “turisti italiani che vanno nella ex Jugoslavia per assistere ai combattimenti. E c’è chi si diverte uccidendo”.

Ma se la stampa nazionale per 30 anni non ha più trattato il tema del turismo di guerra, nella terra dove si svolto, al contrario le tessere del “puzzle” iniziano ad essere identificate, per dare inizio alla parte più difficile e laboriosa, fatta di indagini, e ricerca delle fonti, nonché la raccolta di testimonianze, ed è proprio in questo lavoro di ricostruzione durato anni, e operato dal regista sloveno Miran Zupanič che l’atrocità commessa dai turisti cecchini viene finalmente alla luce con il documentario “Sarajevo Safari” nel 2022.

Zupanič ha scoperto la storia per la prima volta nel febbraio 2019 dal produttore Franci Zajc, che aveva trascorso anni alla ricerca di persone disposte a parlare davanti alla telecamera del triste fenomeno del “safari umano”.

Turisti cecchini del weekend a Sarajevo

È stata proprio la visione del documentario da parte di Ezio Gavazzeni, rimasto scosso dalle atrocità narrate, la motivazione alla base delle sue indagini e del successivo esposto alla procura milanese.

Ma torniamo alla pista che conduce all’intelligence serba nell’oscura regia del turismo di guerra: uno dei testimoni chiave del documentario di Zupanič racconta che quando è iniziata la guerra, ha ricevuto una proposta da un’agenzia americana per attraversare il paese come finto giornalista, e che in questo modo ha potuto acquisire molte informazioni su “cacciatori di esseri umani” che venivano a Sarajevo.

Si trattava di stranieri, alcune fonti parlano di statunitensi, canadesi e russi, ma anche di italiani, che erano disposti a pagare per “giocare alla guerra”.

Un’altra testimonianza, fornita dal documentario proviene da un ex ufficiale dei servizi segreti bosniaci, che ha parlato della confessione di un soldato serbo catturato.

Costui gli avrebbe riferito di aver assistito in prima persona al trasporto di uno dei “turisti cecchini”. L’ex agente segreto bosniaco raccontò che la confessione del prigioniero venne condivisa con ufficiali del Sismi (il servizio segreto militare italiano attivo all’epoca e poi sostituito dall’attuale AISI) presenti a Sarajevo perché c’erano indicazioni che gruppi di turisti cecchini stavano partendo da Trieste.

Si trattava, secondo la confessione del soldato serbo, e riportata dall’ex ufficiale bosniaco, di persone molte ricche, fra cui un titolare di una clinica estetica di Milano, che si riunivano a Trieste e da lì arrivavano in Serbia, e poi dalla Serbia in Bosnia.

«Quello che sappiamo dell’operazione è che è durata abbastanza a lungo (forse dal 1993 al 1995), che ha richiesto una logistica significativa (trasporto in aereo da Trieste, elicottero e veicoli dalla Serbia attraverso la zona di guerra fino a Sarajevo), che è stata raggiunta un’elevata segretezza e che l’organizzazione è stata molto buona» – Ha raccontato l’ex 007 bosniaco.

Per gestire i viaggi dei turisti cecchini sono state utilizzate le infrastrutture dell’ex compagnia aerea serba di charter e turismo Aviogenex, che aveva una filiale a Trieste, oggi non più attiva.

Gli agenti segreti bosniaci ritenevano che dietro le quinte di questa organizzazione cosi efficiente c’era la controparte serba con l’assistenza di comandanti locali nella parte occupata.

In una corrispondenza tra Gavazzeni e l’ex ufficiale bosniaco, quest’ultimo risponde così alle domande dello scrittore sul profilo umano (se cosi si può definire ndr) del turista cecchino: «Un cacciatore appassionato che ha già provato tutti i tipi di safari classici (legali) e ha tutti i trofei, e poi per il bisogno di adrenalina cerca anche una testa umana come trofeo; una persona che ama le armi ed è allo stesso tempo un tipo psicopatico; un ex soldato che non riesce a fermarsi dopo essere stato su alcuni campi di battaglia; il tipo sadico che sperimenta modi per infliggere danni ad altre persone. In ogni caso sono tutti appartenenti alla cerchia di persone ricche e probabilmente influenti nelle loro comunità. Hanno le risorse legali (avvocati) per proteggersi da un’eventuale indagine, ma anche l’influenza politica per ostacolare un’eventuale indagine».

Secondo l’ex ufficiale bosniaco, nonostante il segreto del turismo di guerra fosse stato scoperto, nessuno degli attori è stato ancora identificato o perseguito. Inoltre, ancora oggi, i testimoni sono sottoposti a pressioni da parte dei servizi serbi per mantenere segreta l’intera operazione. Per esempio, durante la preparazione del film, era prevista un’intervista con un pilota di elicottero che trasportava i “cacciatori” da Belgrado alla Bosnia-Erzegovina, ma prima delle riprese ha rinunciato, perché gli agenti dell’intelligence serba hanno minacciato di sterminare tutta la sua famiglia.

Note finali

Se le indagini condotte dalla procura milanese confermerebbero le prove fornite dall’esposto di Gavezzeni, sui turisti cecchini, disposti a pagare cifre esorbitanti per puro divertimento in zone di guerra, si tratterebbe di un crimine che, in base a delle ricerche effettuate prima della stesura dell’articolo, sembra non avere precedenti storici documentati.

Un potenziale triste primato che sfugge a qualsiasi logica, che suscita indignazione e schifo assoluto, da condannare senza possibilità di appello.

Fonte

“Ferivano civili, poi sparavano sui soccorsi. Per uccidere un bambino si pagava di più”: il racconto dell’orrore sui ‘turisti cecchini’ di Sarajevo – Articolo pubblicato dal Fatto Quotidiano il 16 novembre 2025.

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