Li abbiamo visti in innumerevoli film: guerrieri imperturbabili, vestiti di armature magnifiche, la cui vita è governata da un codice d’onore mistico e inflessibile, il Bushido (o samurai). Sono maestri spadaccini pronti a morire per il loro signore o a commettere seppuku (suicidio rituale) per un’ombra di disonore. Questa è l’immagine che il cinema, da I Sette Samurai a L’Ultimo Samurai, ci ha consegnato. È un’immagine potente. Ed è, in gran parte, falsa.
“Codex Historia” è qui per smontare il mito e raccontarvi la verità pragmatica e spesso brutale dietro i guerrieri più iconici del Giappone.
Il “Bushido”: un’invenzione (quasi) moderna
Questo è forse lo shock più grande. Il “Bushido”, come “l’antico codice d’onore”, è in gran parte un’invenzione del tardo XIX e inizio XX secolo. Il termine stesso fu reso popolare da un libro del 1900, Bushido: The Soul of Japan, scritto in inglese da Nitobe Inazō.
Il suo scopo? Spiegare (e nobilitare) l’etica giapponese a un pubblico occidentale, creando un parallelo con la cavalleria europea. Questo avvenne decenni dopo che la classe dei samurai era stata abolita.

Il vero samurai del Periodo Sengoku (l’epoca delle guerre civili, dal 1467 al 1603) non seguiva un manuale zen. Seguiva una regola: vincere. La lealtà era fluida, il tradimento era uno strumento politico comune, e i signori venivano assassinati e rimpiazzati di continuo. Era un mondo spietato, più simile a Game of Thrones che a un monastero.
La verita sulla katana
Il cinema ci mostra il samurai come uno spadaccino infallibile, la cui anima risiede nella katana. La katana era un’arma eccezionale, un capolavoro di ingegneria e un simbolo di status. Ma non era l’arma principale in battaglia.
Il vero samurai, per secoli, è stato prima di tutto un arciere a cavallo. La sua vera abilità era il kyūba no michi (“la via dell’arco e del cavallo”).
Nelle grandi battaglie, l’arma che dominava il campo non era la spada, ma la lancia (yari), usata in formazioni di fanteria (ashigaru). E quando arrivarono i portoghesi nel 1543, i samurai più intelligenti (come Oda Nobunaga) capirono subito il potenziale del moschetto (teppō), usandolo per massacrare armate tradizionali. La spada era un’arma da fianco, un’opzione da “ultima spiaggia” o per i duelli.

Il seppuku
Il cinema è ossessionato dal seppuku come unica via d’uscita onorevole. Certo, il suicidio per evitare la cattura e la tortura era comune (non solo in Giappone). Ma l’idea romantica del seppuku per “lavare l’onta” di una sconfitta o di un errore si è cristallizzata molto dopo, nel pacifico Periodo Edo (1603-1868).
In quest’epoca, i samurai non erano più guerrieri, ma burocrati e amministratori. Il seppuku divenne una forma di pena capitale ritualizzata, riservata alla classe samurai per permetterle di morire “con onore” (e preservare il nome di famiglia) dopo aver ricevuto una condanna a morte. Non era quasi mai una scelta spontanea dettata dalla filosofia.
Il samurai storico era un soldato pragmatico, un politico spietato e un amministratore. Il “guerriero zen” che vive solo per la spada e per l’onore è una figura affascinante, ma appartiene più al mito che alla storia.

