Tutta la verità dietro i samurai giapponesi

Da Kurosawa a Hollywood, il mito è bellissimo ma falso. Niente codici millenari, poche spade e molti tradimenti: la storia cruda dei samurai, che erano soldati spietati e burocrati, non filosofi zen.

Li abbiamo visti in innumerevoli film: guerrieri imperturbabili, vestiti di armature magnifiche, la cui vita è governata da un codice d’onore mistico e inflessibile, il Bushido (o samurai). Sono maestri spadaccini pronti a morire per il loro signore o a commettere seppuku (suicidio rituale) per un’ombra di disonore. Questa è l’immagine che il cinema, da I Sette Samurai a L’Ultimo Samurai, ci ha consegnato. È un’immagine potente. Ed è, in gran parte, falsa.

Codex Historia” è qui per smontare il mito e raccontarvi la verità pragmatica e spesso brutale dietro i guerrieri più iconici del Giappone.

Il “Bushido”: un’invenzione (quasi) moderna

Questo è forse lo shock più grande. Il “Bushido”, come “l’antico codice d’onore”, è in gran parte un’invenzione del tardo XIX e inizio XX secolo. Il termine stesso fu reso popolare da un libro del 1900, Bushido: The Soul of Japan, scritto in inglese da Nitobe Inazō.

Il suo scopo? Spiegare (e nobilitare) l’etica giapponese a un pubblico occidentale, creando un parallelo con la cavalleria europea. Questo avvenne decenni dopo che la classe dei samurai era stata abolita.

I Samurai @codexhistoria

Il vero samurai del Periodo Sengoku (l’epoca delle guerre civili, dal 1467 al 1603) non seguiva un manuale zen. Seguiva una regola: vincere. La lealtà era fluida, il tradimento era uno strumento politico comune, e i signori venivano assassinati e rimpiazzati di continuo. Era un mondo spietato, più simile a Game of Thrones che a un monastero.

La verita sulla katana

Il cinema ci mostra il samurai come uno spadaccino infallibile, la cui anima risiede nella katana. La katana era un’arma eccezionale, un capolavoro di ingegneria e un simbolo di status. Ma non era l’arma principale in battaglia.

Il vero samurai, per secoli, è stato prima di tutto un arciere a cavallo. La sua vera abilità era il kyūba no michi (“la via dell’arco e del cavallo”).

Nelle grandi battaglie, l’arma che dominava il campo non era la spada, ma la lancia (yari), usata in formazioni di fanteria (ashigaru). E quando arrivarono i portoghesi nel 1543, i samurai più intelligenti (come Oda Nobunaga) capirono subito il potenziale del moschetto (teppō), usandolo per massacrare armate tradizionali. La spada era un’arma da fianco, un’opzione da “ultima spiaggia” o per i duelli.

Il seppuku

Il cinema è ossessionato dal seppuku come unica via d’uscita onorevole. Certo, il suicidio per evitare la cattura e la tortura era comune (non solo in Giappone). Ma l’idea romantica del seppuku per “lavare l’onta” di una sconfitta o di un errore si è cristallizzata molto dopo, nel pacifico Periodo Edo (1603-1868).

In quest’epoca, i samurai non erano più guerrieri, ma burocrati e amministratori. Il seppuku divenne una forma di pena capitale ritualizzata, riservata alla classe samurai per permetterle di morire “con onore” (e preservare il nome di famiglia) dopo aver ricevuto una condanna a morte. Non era quasi mai una scelta spontanea dettata dalla filosofia.

Il samurai storico era un soldato pragmatico, un politico spietato e un amministratore. Il “guerriero zen” che vive solo per la spada e per l’onore è una figura affascinante, ma appartiene più al mito che alla storia.

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