Oggi proprio non mi va di parlare di storia, non ho proprio l’animo giusto per farlo alla solita vecchia maniera troppo “accademica” e rigida, e d’altronde tutto ciò è coerente con la mission di Codex Historia: rendere la complessità della ricerca storica fruibile a tutti, senza mai banalizzarla…un attimo….banale…ecco questa è la parola chiave: la banalità, e subito mi viene in mente qualcosa che riecheggia a volte leggendo la frase: “la banalità del male”. Ma dove l’ho già sentita? E cosa c’entra con l’accostamento sbagliato della storia alla noiosità?
Procediamo con ordine…
“La storia è noiosa” – ho perso il conto di quante volte ho sentito questa frase a scuola; a dire il vero mi vergogno di averla pronunciata anche io da ragazzino, finché non capì il terribile sbaglio che stavo commettendo; ma forse era legato ad una visione troppo schematica limitata a date da ricordare, e non di concetti da comprendere; per mia fortuna ho avuto una maestra bravissima alle medie che mi ha aperto la mente, dosando severità e comprensione.
Rompiamo gli indugi allora: come ho già anticipato, oggi non voglio parlare di storia, ma di una storia in particolare: un fatto realmente accaduto nella lontana primavera del 1962, una storia che ci interessa tutti, o per lo meno dovrebbe servire a quello, e che riguarda proprio “la banalità del male”.
Il motivo? Per scoprirlo bisogna avere la pazienza di leggere fino alla fine.
La storia di Adolph Eichmann
Il protagonista di questa storia è Adolph Eichmann, militare, funzionario e criminale di guerra nazista, considerato uno dei maggiori responsabili dello sterminio degli ebrei durante la II Guerra Mondiale.
Si lo so, accostare la parola “protagonista” a quella di nazista, non suona come gradevole, e non entusiasma affatto neanche me, ma siccome non si parla di un film ne di un’opera letteraria, ma di una storia autentica, e in fondo ognuno è protagonista della propria vita, anche se si tratta di un criminale, concedetemi per favore, questa parola solo per fini narrativi, e nulla di più.
Proseguiamo allora: col grado di tenente colonnello, Eichmann era responsabile di un reparto speciale delle SS; esperto di questioni ebraiche, perseguendo la cosiddetta “soluzione finale” organizzò il traffico ferroviario per il trasporto degli ebrei ai vari campi di concentramento.
Sfuggito al processo di Norimberga, il gerarca nazista si rifugiò nel 1945 in Argentina, dove venne catturato da agenti segreti israeliani del Mossad nel 1960.
L’anno successivo fu processato in Israele e condannato a morte per impiccagione sull’accusa di genocidio e crimini contro l’umanità. La sentenza fu eseguita il 31 maggio 1962.
Un fatto del genere non poteva di certo passare inosservato dai mass media; e fu così che a conferire una eco molto significativa alla notizia, fu un’inviata del settimanale The New Yorker: Hannah Arendt, storica, filosofa e politologa ebrea tedesca (poi naturalizzata statunitense).

Il saggio di Hannah Arendt sulla banalità del male
Hannah Arendt seguì la vicenda giudiziaria di Eichmann con molto interesse, scrivendo 5 articoli per la rivista The New Yorker tra febbraio e marzo del 1963 che, nel maggio dello stesso anno, con successive integrazioni, uscirono in forma di libro: un saggio intitolato “La lettera Eichmann a Gerusalemme: resoconto sulla banalità del male”.
Il volume è in pratica il diario di Hannah Arendt su tutto ciò che ruotava attorno al processo di Eichmann, dal contesto della Shoah, al regime nazista e quelli totalitari in genere, fino all’analisi della personalità dell’imputato, definito dell’autrice come un individuo totalmente privo di iniziativa, che agiva come un automa per eseguire degli ordini, un uomo mediocre, che vive di idee altrui e la sua caratteristica peggiore: l’incapacità di riflettere sul male commesso.
Ma è proprio grazie alla comprensione della personalità di Eichmann, che Hannah Arendt fu in grado di trovare una spiegazione di come il nazismo abbia potuto perpetrare le sue barbarie: sfruttando la propensione della società, fatta di uomini normali – fin quasi a rasentare la mediocrità – come Adolf Eichmann, un uomo che recitò la parte di sé stesso pur di sentirsi glorificato.
«Era come se in quegli ultimi minuti egli ricapitolasse la lezione che quel suo lungo viaggio nella malvagità umana ci aveva insegnato – la lezione della spaventosa, indicibile e inimmaginabile banalità del male» – Scrisse la Arendt nel suo libro.
La descrizione della figura di Eichmann, frutto di un’analisi lucida di Arendt, che, sia pur ebrea, non si basò su accuse di antisemitismo o di qualsiasi ideologia che possa avere influenzato la sua attività criminale, vene criticata nel 2005 da David Cesarani, studioso inglese della Shoah, che al contrario della collega statunitense, tracciò un profilo di Eichmann netto e preciso, di un individuo inequivocabilmente antisemita.
Non sta al sottoscritto stabilire quale delle due tesi a confronto sulla personalità di Eichmann sia la più valida; il motivo sta nell’analisi di ciò che, purtroppo, sta accadendo a migliaia di km dalle nostre case in quella terra martoriata in cui è in corso un altro genocidio, nella Striscia di Gaza, ed è lo stesso motivo per cui, come in molti, sicuramente hanno capito fin dall’inizio, che mi hanno spinto a scrivere questo pensiero.

Il fatto che Hannah Arendt avesse ragione oppure no, sulla personalità di Eichmann, per un mio umile parere è irrilevante, ciò che conta davvero sono le conclusioni del suo saggio, secondo cui di fronte ad una barbaria ogni individuo potenzialmente potrebbe replicare gli atteggiamenti di Eichmann, e cioè mancanza di iniziativa, pigrizia intellettuale, incapacità di provare empatia, a livelli che sembrano assurdi, e l’incapacità di distinguere il bene dal male, fino a decretare il successo di quest’ultimo, fino a ripetere ancora una volta la sua banalità.
Non potrebbe che essere questa la risposta al perché, a distanza di anni, dopo i soliti discorsi infarciti di retorica che piacciono tanto ai soliti politicanti in cerca di consenso elettorale, in cui si esprime l’importanza dei diritti umani, si assiste ad un altro genocidio.
Capire le questioni legate alla geopolitica (di cui non mi interessa parlare al momento, ed anche perché ne abbiamo parlato fin troppo) non è un esercizio da risolvere in pochi minuti, ma non cosi difficile come provare a cercare di essere umani di fronte ad una tragedia.
Le guerre si possono evitare solo se ci ribelliamo, se iniziamo a ragionare con la nostra testa, se impariamo a disobbedire agli ordini che seguono logiche criminali, se alleniamo lo spirito critico, se ci sforziamo di distinguere la propaganda dalla narrazione, se evitiamo di comportarci come automi a comando, se rompiamo gli schemi mentali troppo rigidi.
A pensarci bene studiare la storia non è affatto noioso, al contrario è importantissimo, non perché dobbiamo diventare per forza degli emuli del prof. Barbero, che personalmente stimo moltissimo, ma per evitare di diventare degli automi facilmente manipolabili, incapaci di ragionare, ma andando oltre degli schemi che seguono la logica legata all’esecuzione di ordini, senza chiedersi mai i motivi.
Se ritenete che mi sbagli, allora, senza cercare di convincermi buttandola sul fatto che “ci sono forti interessi economici in gioco”, sappiate che cascate male, sono cose che so già, piuttosto provate a rispondere, osservando l’immagine seguente, ad una domanda semplice: “perché sta accadendo di nuovo?”.


