Londra, 1888. Il quartiere di Whitechapel è un labirinto di nebbia, miseria e fuliggine. È qui, tra i vicoli dove la polizia ha paura di entrare, che nasce l’incubo moderno. Non è stato il primo assassino seriale della storia, ma Jack lo Squartatore è stato il primo a diventare una celebrità globale, il primo vero “mostro mediatico”.
A “Codex Historia” interessa smontare il mito dell’aristocratico in cilindro e mantello per analizzare il vero fenomeno: come la stampa ha creato la leggenda di Jack.

La firma di Jack lo Squartatore
Tra la fine di agosto e l’inizio di novembre del 1888, cinque donne (Mary Ann Nichols, Annie Chapman, Elizabeth Stride, Catherine Eddowes e Mary Jane Kelly) furono brutalmente uccise e mutilate. La ferocia era inaudita: gole tagliate, organi asportati. Questo modus operandi suggeriva una mano esperta, forse quella di un macellaio o di un chirurgo, ma soprattutto rivelava una rabbia psicotica e un odio profondo verso le donne.
Il ruolo delle fake news vittoriane
Ciò che rese questo assassino immortale non furono solo i crimini, ma le lettere. La polizia e i giornali furono inondati di missive firmate dall’assassino. La più famosa, la lettera “Dear Boss”, introdusse per la prima volta il nome che avrebbe terrorizzato il mondo: Jack the Ripper.
Oggi, gli storici e i linguisti forensi concordano su un fatto sconvolgente: molto probabilmente quelle lettere non le scrisse il killer. Furono opera di giornalisti senza scrupoli che volevano vendere più copie. Creando un “brand”, un nome e una personalità beffarda per l’assassino, trasformarono una tragedia di cronaca nera in una serie a puntate che teneva incollati i lettori di tutto il mondo.
Dimenticate le teorie del complotto sui massoni o sulla Famiglia Reale (il Principe Alberto Vittorio). L’FBI e i moderni profiler, analizzando il caso a posteriori, dipingono un quadro molto più squallido e realistico.
Jack era probabilmente un maschio bianco, di età compresa tra i 20 e i 30 anni, residente proprio a Whitechapel (conosceva i vicoli troppo bene per essere un estraneo). Era un uomo solitario, socialmente inetto, probabilmente impiegato in lavori umili (macellaio o assistente obitoriale), affetto da gravi disturbi paranoici.

Aaron Kosminski, un barbiere polacco internato in manicomio poco dopo la fine dei delitti, resta il sospettato numero uno per la polizia dell’epoca e per le moderne analisi del DNA (per quanto contestate).
Jack lo Squartatore non fu un genio del male imprendibile. Fu il prodotto di una polizia ancora priva di scienza forense (le impronte digitali non si usavano ancora) e di una stampa affamata di sangue. Jack è fuggito alla giustizia, ma è rimasto intrappolato per sempre nelle pagine dei giornali che lui stesso (o chi per lui) ha contribuito a scrivere.

